
L'utilizzo delle fonti fossili quali carbone e petrolio per la produzione di energia elettrica non si concilia con la definizione di "
Sviluppo Sostenibile".
La scoperta dell'esistenza di un rapporto di crescita direttamente proporzionale tra l'uso delle energie fossili e il riscaldamento del clima del pianeta ha ulteriormente incentivato lo studio di nuove soluzioni che abbiano come priorità la riduzione dell'emissione di gas serra.
La questione energetica assume, quindi, una dimensione ed un'importanza sempre maggiore.
In tutto il mondo sono stati avanzati e proposti incentivi all'incremento dell'uso delle energie rinnovabili che consentono la riduzione dell'inquinamento atmosferico generato dai sistemi di riscaldamento e dagli impianti termoelettrici alimentati da fonti fossili.
Il
Protocollo di Kyoto ha ratificato a livello internazionale questa esigenza, delineando il raggiungimento di precise percentuali di produzione di energia pulita e rendendo obbligatorio l'abbattimento progressivo delle quantità di emissioni di
CO2 e di agenti dannosi.
In questo contesto, è stata prospettata, quale soluzione ideale per sopperire all'esigenza comune di energia elettrica e termica, il ritorno all'utilizzo dell'
energia nucleare in quanto l'uranio, materia prima delle centrali nucleari, non emette in atmosfera anidride carbonica, il principale gas serra, a differenza dei
combustibili fossili.
Tale affermazione non è assolutamente vera in quanto la CO2 non emessa dal ciclo di funzionamento degli impianti ad energia nucleare, è già immessa dalla sola costruzione della centrale stessa.Altri aspetti estremamente negativi per l'ambiente e per cui non è stata ancora trovata una soluzione definitiva sono:
- Smaltimento delle scorie: questi pericolosissimi rifiuti devono essere stoccati, ossia immagazzinati fin quando non decade il livello di radioattività e quindi diventano innocui. Occorrono molte migliaia di anni perché avvenga tale abbassamento di pericolosità e, al giorno d'oggi, nessun paese al mondo è stato in grado di sviluppare una tecnologia in grado di rendere innocui o smaltire tali rifiuti.
- Sicurezza degli impianti: sebbene le centrali nucleari di ultima generazione garantiscano un alto livello di sicurezza, è parere unanime che non esistano tecnologie che possano garantirla al 100%. Il disastro della centrale di Cernobyl, all'epoca considerata assolutamente sicura, è ancora vivo nella memoria e nell'immaginario collettivo e questo rende molto difficile la localizzazione di una centrale nucleare in quanto non può non causare problematiche con le popolazioni costrette a conviverci. Le comunità locali sono sempre, giustamente, restie ad accettare una centrale nucleare e il relativo deposito di scorie vicino la propria casa.
- Costi di produzione: i costi di progettazione e realizzazione delle centrali nucleari sono elevatissimi, essendo altissima la tecnologia e la competenza richiesta per la costruzione di un impianto; a questi, si devono aggiungere i costi per la messa in sicurezza, sia quella strutturale, al fine di evitare incidenti o danneggiamenti per cause di forza maggiore, che quella militare, per scongiurare attacchi terroristici di qualsiasi genere. Molto alti sono anche i costi per smantellare una centrale nucleare al termine della sua attività. Non esistono, per questo, impianti totalmente privati ed è sempre necessario l'intervento di fondi statali, col rischio di vedere compensato il risparmio sulla bolletta da aggravi fiscali.
A questi tre, pesanti, aspetti va aggiunta la preoccupazione dei cittadini in merito all'indubbio legame tecnologico tra la produzione civile di energia nucleare e l'industria bellica. Il rapporto tra l'utilizzo di uranio e la produzione di armi è un possibile pericolo anche per paesi civilizzati ed in via di sviluppo. I recenti episodi legati all'Iran e le reazioni della politica e dell'opinione pubblica mondiale lo confermano.
L'attuale governo nazionale ha più volte ribadito l'intenzione di riavviare un programma nucleare per l'Italia, nonostante il referendum popolare del 1987 abbia di fatto bloccato ogni possibilità in tal senso ed è in fase di proposizione il decreto legislativo "Disciplina e localizzazione sul territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare e dei sistemi di stoccaggio".

Ben 15 Regioni hanno espressamente dichiarato la propria contrarietà, 11 delle quali facendo ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge che sancisce il ritorno delle centrali atomiche e dichiarando il proprio territorio non disponibile all'accoglimento di progetti per la costruzione di centrali nucleari.
Negli ultimi 15 anni, d'altronde, Finlandia a parte, nessuna nazione occidentale ha costruito una centrale nucleare. L'ultimo impianto realizzato negli Stati Uniti, dove sono già presenti oltre 100 centrali, risale a 23 anni fa. Dagli anni 80 ad oggi, la fabbricazione di più di 120 impianti è stata progettata ma successivamente bloccata a causa dei costi troppo elevati e dell'assenza di garanzie per la sicurezza. Se, attualmente, sono in fase di cantiere 36 nuove centrali, sono in fase di smantellamento ben 80 impianti. Occorrono circa 10 anni per edificare e mettere a regime una centrale nucleare e, nella migliore delle ipotesi, il ciclo di vita produttiva di un impianto non supera i 30 anni. Realizzare una centrale nucleare costa molto di più di qualunque altro impianto per la produzione di energia. I costi per la sua gestione, soprattutto a causa della delicata fase dello smaltimento delle
scorie radioattive, sono superiori alla sua costruzione. E smantellarla correttamente costa più del doppio che realizzarla.
Sorge il forte dubbio, insomma, che ricorrere all'energia nucleare per affrontare il problema della necessità quotidiana di elettricità non sia affatto la soluzione migliore.
Si può e si deve, in alternativa, eliminare gli sprechi di energia riducendone i consumi, rendere maggiormente efficaci gli impianti e i sistemi esistenti utilizzandoli in modo corretto ed efficiente ed investire, a tutti i livelli pubblici e privati, sulle fonti rinnovabili.